sabato 30 giugno 2012

ASSESSORE BERARDINELLI: INOPPORTUNITÀ O INCOMPATIBILITÀ?


ASSESSORE BERARDINELLI:
INOPPORTUNITÀ O INCOMPATIBILITÀ?
Una situazione vischiosa tra incarichi pubblici e attività privata

   Nell’ultimo Consiglio comunale è stata sollevata dai consiglieri di minoranza la delicata questione dell’intreccio tra le funzioni pubbliche dell’Assessore Berardinelli, assessore della Giunta Botti, e alcuni incarichi da lui ricoperti in qualità di amministratore condominiale per la Società “Il Morgante”, che aveva acquistato l’ex Casa di Riposo e realizzato il parcheggio interrato sotto Piazza Leonardo da Vinci (davanti al Complesso Gasparo).
   Il problema dell’incompatibilità è stato sollevato a proposito di una delibera della Giunta Comunale, alla quale ha partecipato e votato anche l’assessore Berardinelli; con la quale si esprime parere favorevole alla richiesta della Società in questione, di poter vendere in blocco i numerosi posti auto sotterranei (circa 70) tuttora invenduti.
   Posti auto realizzati sulla base di una convenzione approvata a suo tempo dal Consiglio comunale, non dalla Giunta che non ne ha competenza, e che erano destinati ai possessori di alloggi in Centro storico, per togliere auto dai parcheggi in superficie.
   È stata contestata sia l’incompetenza della Giunta a decidere sia la partecipazione alla decisione dell’assessore Berardinelli, che è amministratore condominiale per la Società beneficiaria dell’autorizzazione comunale.
   Nemmeno il pudore di non partecipare al voto della Giunta comunale e nessuna obiezione neppure dal Sindaco Botti, avvocato.

  Nel corso della discussione in Consiglio è emersa poi una situazione dubbia, quanto a compatibilità degli incarichi ricoperti dall’Assessore Berardinelli, che risulta anche essere amministratore condominiale per la Società che gestisce l’autosilo di via Brunati, che vende e affitta le autorimesse, attualmente in gestione alla Società che lo ha realizzato, ma di proprietà dell’Ente Comunale, che lo avrà in restituzione alla scadenza della convenzione quarantennale.

  Alle obiezioni sollevate dai consiglieri di minoranza l’assessore ha ammesso che forse qualche problema esiste e che sarà oggetto di puntuale verifica.
   In ogni caso, ancora una volta, anziché assentarsi al momento del voto del Consiglio Comunale, ha votato per respingere una richiesta dei consiglieri di minoranza di ritiro della delibera di Giunta che vedeva coinvolta la sua incompatibilità per conflitto di interessi: comportamenti avvallati dall’intera maggioranza, compresi i due componenti della lista “Cittadini per Salò” e che la dicono lunga sulla considerazione in cui è tenuta l’etica pubblica.

giovedì 28 giugno 2012

SALÒ: LA BELLA ADDORMENTATA


SALÒ: LA BELLA ADDORMENTATA 

UNA GIUNTA COMUNALE SCIALBA,
INCONCLUDENTE, INCOMPETENTE


A Salò tutto è fermo; nessun progetto significativo si sta realizzando dopo tre anni dall’insediamento del  Sindaco Botti, della vice Zambelli e della Giunta; ha perso i pezzi per strada, non ha più una maggioranza, è tenuta in piedi dal voto non scontato dei due consiglieri Frassoni e Aimo, della lista Cittadini per
Salò, che, a distanza di un anno, devono constatare che il tanto sbandierato “patto per Salò” non ha prodotto risultati.

1. Ospedale: silenzio totale sul recupero di funzioni; un contenitore sempre più vuoto; intanto però la
clinica privata di Barbarano intende aumentare i suoi spazi con una nuova ala. In linea con la politica dello screditato Formigoni si favorisce la sanità privata a danno del pubblico.

2. Piano Tavina: si annunciano sui giornali modifiche al progetto, magari quelle già richieste dalla Sovrintendenza, ma resta soprattutto il progetto di centinaia nuove seconde case, anche se il mercato è
fermo e già abbondano gli alloggi invenduti. 

3. Albergo alle Versine: da oltre un anno una
Grossa Società che realizza e gestisce alberghi inpaesi europei ha presentato un progetto per la realizzazione
di un grande albergo in località Versine, nell’area adiacente al Convento di clausura.
Un’area sicuramente delicata soprattutto sotto il profilo dell’eventuale impatto ambientale.
La cosa più grave è che la Giunta comunale e la sua maggioranza non sono in grado di dare risposte
certe e tempestive ad un gruppo imprenditoriale, che non vuole fare una delle solite speculazioni immobiliari,
ma realizzare un albergo, per potenziare la funzione turistica di Salò.A chi presenta una proposta concreta un’amministrazione che abbia i necessari attributi e che sia in
grado di assumere le proprie responsabilità deve dare in tempi ragionevoli risposte certe: a quali condizioni
si possa realizzare l’intervento, modificando magari il progetto presentato lo scorso inverno in pubblica
assemblea; oppure che la natura dei luoghi è così delicatada non consentire un intervento con un impatto
troppo grande sul nostro ambiente.Sindaco e Giunta non possono fare “Ponzio Pilato”.

4. Museo: a distanza di tre anni dalla fine dei lavori il palazzo di Santa Giustina (ex Collegio civico)
risulta ancora desolatamente abbandonato, con costi di mantenimento comunque onerosi e totale vuoto di
idee sulla sua destinazione.Non si può pensare che un edificio di questa rilevanza
venga utilizzato per qualche mostra temporanea o per qualche promozione di prodotti locali, come
risulta dall’incarico affi dato dalla Giunta (al costo di circa 10.000 euro). 

5. Viabilità: dopo la fine della vicenda infinita dei
cantieri ANAS non risulta che il Consiglio comunale oqualche commissione siano stati chiamati a valutare
un ripensamento della viabilità salodiana; come apparesempre più spesso, alla faccia della tanto sbandierata
partecipazione dei cittadini, anche gli organiche ci rappresentano tutti sono sempre più svuotati
di loro compiti perché una Giunta comunale debole e priva di idee è incapace di confrontarsi con le proposte
delle minoranze e si chiude a riccio anche difronte a proposte costruttive.
L’esempio più clamoroso si è avuto nell’ultimoConsiglio comunale, convocato dalle minoranze per
proporre, tra le altre cose, di ripensare alla scelta sciagurata della maggioranza sulle tariffe dell’IMU, di
cui parliamo in un altro articolo. 

6. Orti comunali: un’idea condivisibile, sull’esempio di molte città che da anni hanno assegnato ai propri cittadini spazi verdi inutilizzati per creare un modo
intelligente di occupare il tempo e ricavare prodotti utili in grado anche di alleviare la spesa alimentare.
Dopo aver sbandierato ai quattro venti l’iniziativa, aver pubblicato il bando comunale e chiamato in Comune
le molte persone interessate, ora tutto si è fermato, perché, così si dice, il Comune non ha i soldi
per le opere di prima sistemazione necessarie! Una solenne presa in giro per tutti coloro che erano
in graduatoria utile per l’assegnazione e che devono riporre in cantina sogni e attrezzi.
Che altro dire: amministratori come dilettanti allosbaraglio!

mercoledì 25 aprile 2012


25  APRILE  1945
CON  LA LIBERAZIONE VERSO LA PACE  E  LA  DEMOCRAZIA

Siamo qui, oggi, dopo 67 anni da quel giorno festoso, a rinnovare la memoria di avvenimenti, che sono fondanti per la storia della nostra giovane democrazia, che talvolta ci appare ancora un po’ fragile.
Insieme con le celebrazioni del 4 novembre, fine della prima guerra mondiale e completamento dell’unità d’Italia (Trento e Trieste) e quelle del 2 giugno, nascita della Repubblica a seguito del referendum popolare con il voto per la prima volta anche delle donne, il 25 aprile, giorno della Liberazione,  rappresenta la festa di un popolo che ritrovava finalmente la pace, dopo una guerra sanguinosa, la libertà dall’occupazione tedesca, la rinata democrazia dopo il ventennio della dittatura fascista, che negli anni trovò il consenso di molti italiani (non tutti), ma che era stata, bisogna ricordarlo, negazione delle libertà e della vita democratica.
Basta ricordare le leggi fascistissime del 1926, con la soppressione di tutti i partiti, dei sindacati, dei giornali non allineati.

Resistenza, quindi, come nuovo fondamento della nostra comunità nazionale.

Insieme alla festa per una ricorrenza così importante, dobbiamo però anche riflettere sulle ragioni per cui  sentiamo spesso lamentare che in Italia non è così forte il senso di appartenenza alla patria, che appare talvolta debole lo spirito nazionale.
Non giova certo a rafforzarlo l’atteggiamento di chi, purtroppo anche tra i rappresentanti delle Istituzioni a vari livelli, negli scorsi anni ha teso a dare poco risalto alle celebrazioni del 25 aprile, a disconoscerne il valore e il significato, che invece vuole e deve essere festa di tutti, di tutto un popolo.
Noi sappiamo, certo, che la lotta di resistenza dal ’43 al ’45 fu purtroppo per l’Italia in qualche misura anche guerra civile, oltre che lotta per la liberazione dall’occupazione straniera da parte delle formazioni partigiane, insieme con gli eserciti alleati.
Dovremmo guardare un po’ oltre i nostri confini per vedere con quanto entusiasmo e quanta partecipazione di popolo, insieme con le Istituzioni dello Stato, si celebrano le feste nazionali di altri Paesi; penso alla festa del 4 luglio negli Stati Uniti o alla festa del 14 luglio in Francia. 25 aprile: giornata di festa nazionale, dunque, per una riconquistata libertà.

Prima di tutto, però, occorre ricordare e capire cosa fu la Resistenza e la lotta che portò alla Liberazione, importante perché non ci fu solo portata da altri, ma conquistata a prezzo della vita di molti, in forme diverse, da parte di molti italiani.
Pensiamo alle migliaia di famiglie che avevano perduto figli, mariti e padri sui fronie di guerra, i soldati sbandati dopo l’8 settembre, quelli che avevano combattuto in Russia o in Grecia; i giovani, che girando per le strade del proprio paese vedevano solo manifesti di chiamata alle armi e la minaccia, se non si rispondeva, di essere catturati, deportati o giustiziati, (oltre 600.000 soldati furono portati nei campi di lavoro tedeschi per aver rifiutato di aderire ai bandi della Repubblica di Salò); tutti coloro cha da anni subivano la persecuzione, l’assenza di libertà e adesso anche una guerra spaventosa e nella quale gli italiani non erano nemmeno in grado di onorare la patria così come erano stati educati; i 12.000 deportati per ragioni di razza e di appartenenza politica; e anche molti preti nei paesi e nelle campagne (250 deportati e 210 fucilati).

Se proviamo a risentire tutto quel sapore di tragedia e di morte, che a noi più giovani non è toccato, riusciamo a capire il coraggio della scelta di chi si è fatto partigiano.
Il coraggio è una virtù che talvolta viene confusa con il fare azioni spericolate e fuori dalle regole fini a se stesse. Il coraggio in quel momento significava, invece, come spiega la staffetta partigiana Tina Anselmi, schierarsi e decidere da che parte stare, tentare, dopo vent’anni di vita politica irregimentata cui seguì l’ occupazione tedesca, la strada del cambiamento, ricostruirsi come popolo italiano una dignità morale e civile.
Il condannato a morte che a poche ore dalla sua fine scrive “non piangetemi” oppure “muoio per un’idea, e l’idea con me non morirà, ma andrà avanti” in modo incontrovertibile testimonia quest’ansia di un’Italia migliore che animò quei giovani che oggi siamo qui a ricordare. La loro morte in un’età tanto acerba ci commuove e ci spinge a ricordarli con affetto e riconoscenza.
 Essi si offrirono per affermare la vita, la libertà, l’uguaglianza, la giustizia, la democrazia, la pace: tutto quello che in quel momento in Europa e in Italia non c’era e che credevano possibile realizzare a partire dal loro impegno personale.

Si stimano in 250.000 i partigiani organizzati nelle formazioni armate come la Brigata Perlasca delle Fiamme Verdi, le Brigate Garibaldi, quelle di Giustizia e Libertà, quelle autonome.
Ma ci fu anche la resistenza degli operai delle grandi fabbriche, soprattutto nelle grandi città, con gli scioperi del marzo ’43 e ’44; lottavano per la fine della guerra, per i salari da fame, ma anche per la libertà e la democrazia e negli ultimi mesi anche per difendere le fabbriche contro il tentativo di smantellamento da parte dei tedeschi.
Anche da qui trae origine l’articolo di apertura della nostra Costituzione “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”; forse quello meno attuato, quando la disoccupazione raggiunge i livelli attuali.
Anche dalla svalorizzazione del lavoro, per il primato di altre rendite, deriva la crisi sociale e morale; un lavoro che per troppi manca o che non viene riconosciuto per quello che dà alla società; non solo di operai e contadini, ma anche di artigiani e piccoli imprenditori, di chi si occupa della cura delle persone, dell’educazione dei giovani.
Troppo sbilanciato il valore attribuito alla finanza e alle sue rendite perché una comunità cresca in misura equilibrata, fondata sul merito effettivo e su principi di solidarietà.

Eppure, dopo i disastri e le macerie lasciate da lunghi anni di guerra, i partigiani ritornati a valle e le famiglie che avevano atteso finalmente un ritorno alla vita normale, quei nostri padri seppero impegnarsi a fondo, con grandi sacrifici e voglia di riscatto, risalire lentamente la china, portando il nostro Paese ai livelli delle nazioni più avanzate.
Chi aveva fatto la lotta partigiana e chi l’aveva sostenuta aveva del resto sperimentato un impegno senza remore, rischioso,, in prima persona; una scelta difficile ma segno di assunzione di responsabilità.






A questa tensione ideale è necessario ispirarsi ancora oggi per superare la crisi sociale e della democrazia; abbiamo sperimentato i guasti che sono conseguiti dall’affidamento acritico nelle mani di una sola persona, scavalcando il faticoso ma necessario processo di confronto democratico; una società si sviluppa in modo equilibrato se valorizza i corpi intermedi della società, le associazioni, le organizzazioni sindacali dei lavoratori e delle imprese, i partiti democraticamente organizzati, la rete delle Istituzioni locali.
Se si privilegia la decisione rapida, senza mediazioni, si favorisce il distacco e si spingono le persone a cercare la soluzione ai propri problemi con la ricerca della raccomandazione o della protezione del potente di turno.
Non si costruisce una cultura dell’esercizio dei propri diritti e analogamente dei propri doveri, in un quadro di certezze e di regole; non si promuove il senso di appartenenza e quindi del dovere e della responsabilità verso la propria comunità. 

Questi principi erano ben presenti agli uomini che guidarono la lotta di resistenza perché poi li abbiamo ritrovati declinati nella prima parte della nostra Costituzione che di quella lotta è stato il frutto più maturo.
Il primo valore fu certo
·           la conquista della libertà, anzi delle libertà;
·           e insieme l’estensione dei diritti civili e politici a tutti, con la ricerca di una maggiore giustizia sociale;
·           la condanna della discriminazione razziale (pensiamo alle sciagurate leggi del 1938 contro gli ebrei)
·           il diritto di voto finalmente universale perché esteso per la prima volta alle donne insieme con un primo avvio verso una parità non ancora pienamente raggiunta (pensate che allora una donna non poteva ricoprire alcune funzioni pubbliche: segretario comunale, insegnante di filosofia nei Licei; in Magistratura le donne entreranno solo nel 1963).

Se questi sono i fondamenti della nostra Italia repubblicana che dalla lotta di liberazione ha tratto la sua nascita e il suo patrimonio di principi e ideali, appare davvero incomprensibile l’azione non mai totalmente sopita di quel revisionismo che tende a sminuire il valore della Resistenza.    

Celebrare la Resistenza e la lotta di liberazione ci ricorda che essa si collocava a fianco di analoghe lotte di resistenza in tanti paesi dell’Europa contro i regimi totalitari nazifascisti.
Per questo ci appare troppo lento il processo di costruzione dell’Europa politica, anche dopo l’allargamento conseguente alla caduta del muro e alla fine della divisione in blocchi.
Anzi, negli ultimi anni abbiamo assistito al rigurgito di nazionalismi e localismi, che sono l’esatto contrario di un sano federalismo europeo, di cui oggi avvertiamo la necessità per poter contrastare efficacemente le distorsioni di un modello di sviluppo sbagliato e pericoloso, con il prevalere di un potere finanziario anonimo e transnazionale, di conflitti per il controllo delle risorse del pianeta, a partire dall’acqua e dalle fonti energetiche.





Una crisi economica che però si presenta anche con i caratteri di una crisi epocale, sul piano etico-morale, con i fenomeni dilaganti di corruzione, ma anche di grande evasione fiscale, che accentua le disuguaglianze sociali, con forte caduta di ideali e distacco dalle Istituzioni; quindi crisi di partecipazione democratica, che è uno dei grandi valori riconquistati proprio grazie alla lotta di resistenza.
Ecco perché non si può guardare con distacco a questa ricorrenza, che qualcuno vorrebbe liquidare come richiamo retorico ad un evento concluso, perché i diretti protagonisti tendono ad assottigliarsi di anno in anno.
Oggi è venuto meno il contrasto di un tempo tra chi pensava che la Resistenza fosse stata tradita, incompiuta perché non realizzata anche sul piano dell’eguaglianza sociale e tra chi manifestava ostilità alla sua celebrazione, perché considerata di parte, lotta dei comunisti, fonte di divisione tra chi si era trovato su sponde opposte.
Oggi invece il rischio è l’indifferenza, la rimozione tra i più anziani o la non conoscenza tra i più giovani. Per questo è necessario riprendere le ragioni e le tensioni ideali di allora, anche perché il dilagare di fenomeni di malcostume cresce forse perché troppi scelgono di non occuparsene, come se il governo della cosa pubblica, a livello locale e nazionale, per la ricerca del bene comune, non fosse compito di tutti proprio a partire dalle comunità locali.
E’ necessario abbandonare la tendenza alla delega, al rinchiudersi in una dimensione personale, che diventa egoistica, al curarsi solo degli affari propri come ci ricordava un grande vecchio, Norberto Bobbio:
“Se in una società sempre più corrotta e volgare come la nostra, abbiamo ancora qualche ragione di guardare al passato e di trarne un conforto, questo passato è la Resistenza viva, non quella imbalsamata, la resistenza incompiuta e interrotta, o rinviata o spezzata, la resistenza come impeto, come conato, destinata, come tutti i conati, a indicare una meta ideale più che non a prescrivere un risultato”.

Queste parole sono di estrema attualità se guardiamo ai più recenti fatti di cronaca e al degrado della cattiva politica, non della politica in sé.
Una cattiva politica che trova sponda nell’indifferenza di chi non si rende conto di offendere quanti hanno pagato un caro prezzo, molti anche con il sacrificio della propria vita, per portare il nostro Paese, prima all’unità nazionale, con le lotte risorgimentali, e poi alla riconquistata indipendenza e libertà con la lotta di resistenza.
Penso a quanti dileggiano il tricolore e farneticano di fantomatiche nazioni padane che sono fuori dalla storia e tradiscono alla radice le legittime aspirazioni ad un più grande riconoscimento delle autonomie locali, non contro qualcun altro ma in spirito  di comune appartenenza.
La ricostruzione di una nazione dopo la crisi del ventennio e una guerra sanguinosa si ispirava ad una tensione ideale fortissima, che rivendicava la volontà di riappropriarsi del proprio diritto a concorrere al governo della cosa pubblica attraverso la partecipazione democratica nei partiti e nelle diverse associazioni, per approdare alle Istituzioni della Repubblica, a partire da quelle locali.
Per questo, a conclusione, vorrei richiamare la testimonianza diretta di due protagonisti di quella grande vicenda che fu la resistenza e la lotta di liberazione.
Parlo di Tina Anselmi che in una recente testimonianza ha sintetizzato il senso dell’esperienza partigiana con chiare parole: “La scoperta più importante fatta in quei mesi di lotta durante la guerra è stata l’importanza della partecipazione: per cambiare il mondo bisognava esserci.”
La partecipazione, in seguito, per Tina Anselmi ha voluto dire l’impegno generoso nel sindacato e nel parlamento, fino a diventare la prima donna ministro oltre ad assumere incarichi importanti in vari ambiti.
La festa del 25 aprile racchiude questi semplici ed essenziali significati ancora estremamente attuali: per cambiare il mondo bisogna esserci, perchè un paese sia migliore serve il contributo di tutti, perchè un paese cammini sicuro occorre il confronto tra idee diverse esercitando la nobile pratica della democrazia. 

Mi piace qui ricordare la testimonianza di un altro protagonista, recentemente scomparso; parlo di Giorgio Bocca che così scrive nel suo libro “Storia dell’Italia partigiana…”il valore primario della Resistenza fu un valore culturale: non quello dei suoi modesti prodotti immediati, ma quello di una partecipazione culturale inedita nella storia della nazione, sostitutiva di rivoluzioni borghesi o socialiste mai compiute, di lotte religiose mai combattute”.
Quella partecipazione ci fu “…perché allora ci fu la libertà di pensare come si voleva. Per la prima volta  abbiamo avuto la possibilità di pensare al destino del Paese. La caduta del fascismo fu soprattutto una scelta di libertà…”
E alla domanda: perché il nostro Paese fa ancora così fatica a scegliere la democrazia?
Giorgio Bocca rispondeva: “Perché la democrazia è una forma fi partecipazione politica molto faticosa: bisogna discutere, formarsi un’opinione, leggere. Non ci si può affidare alla retorica o ai falsi patriottismi. E tutto questo agli Italiani (certo non a tutti) dà noia, risulta stancante: preferiscono ci sia qualcuno che decida per loro…”
Parole amare da parte di chi aveva rischiato la pelle per la riconquista della democrazia, ma che tuttavia ci indicano una strada.
La stessa peraltro indicata da un autore di canzonette, parlo di Giorgio Gaber, quando ci ricorda che  “libertà è partecipazione”.

E’ questa la luce che illumina il 25 aprile e lo rende una festa importante e bella. Per tutti, la festa della democrazia che si è cominciato a costruire dopo la guerra, una volta conquistata la liberazione.

Vobarno, 25 aprile 2012

martedì 24 aprile 2012


Care iscritte, cari iscritti,
il 25 aprile noi italiani ricordiamo la liberazione dal nazifascismo e la resistenza di quanti lottarono
anche a costo della vita per la libertà e la democrazia nel nostro paese. Se oggi noi viviamo in un mondo
migliore lo dobbiamo anche a loro. Per queste ragioni, la celebrazione del 25 aprile per noi democratici
non è un semplice rito, ma il momento in cui ciascuno rinnova l'impegno personale e collettivo per la
difesa e lo sviluppo della democrazia in Italia e in Europa.
La ricorrenza del 2012 si presenta da questo punto di vista ancora più significativa. Fin dall'inizio il
Partito democratico ha avuto l'ambizione di essere il partito della liberazione, della Costituzione e della
ricostruzione civile e democratica dell'Italia. Abbiamo passato anni terribili. Il populismo ha governato il
paese, portando l'Italia sull'orlo del burrone. Noi abbiamo lottato contro questa deriva, chiamando tutti
alla riscossa civile, per riportare l'Italia nell'alveo del modello europeo. A lungo siamo stati soli. Gran parte
della classe dirigente sosteneva Berlusconi e il suo populismo e chiudeva gli occhi di fronte alla realtà.
Alla fine i frutti dell'impegno del Pd sono arrivati, come dimostrano i risultati delle amministrative e dei
referendum del 2011, la caduta del governo Berlusconi.
A un passo da una crisi devastante abbiamo ottenuto l'uscita da palazzo Chigi di Silvio Berlusconi.
Il Pd si è impegnato, per la salvezza dell'Italia, al sostegno del governo guidato da Mario Monti. Il compito
di un grande partito popolare e nazionale è di pensare prima all'Italia e poi ai suoi interessi. L'eredità
lasciata dal centrodestra è tuttavia pesante e il senatore Monti ha dovuto prendere provvedimenti
impopolari. Non tutte le misure che sono state varate l'avremmo predisposte noi. Abbiamo avanzato le
nostre proposte e ottenuto anche alcuni importanti miglioramenti (dal prelievo sugli esportatori di capitale
che hanno sfruttato il condono di Tremonti alla lotta contro l'evasione, alla difesa dell'articolo 18, fino alla
battaglia per il futuro degli esodati). Ma non dimentichiamo e non permettiamo che si dimentichi che
Monti è venuto non dopo i partiti, ma dopo Berlusconi.
Siamo a un tornante storico. Ci troviamo a vivere insieme la crisi economica più grave dal 1929 e la crisi
politica peggiore dal 1992, anno di Mani Pulite. In questo passaggio il Pd si è assunto il compito di tenere
in collegamento il governo con le esigenze sociali e la sofferenza del paese. Il Pd vuole essere il motore che
spinge l'Italia ad arrestare il declino, a riprendere la crescita e, nello stesso tempo, il partito che promuove
una riforma profonda della politica, senza la quale non può esservi una riscossa del paese.
In un momento così difficile per gli italiani è indispensabile ridare un senso etico alla politica, far capire
che solo la buona politica può far uscire il paese dalle secche e che nuove scorciatoie populiste, di qualsiasi
segno, ci riporterebbero nel burrone. I partiti, in primo luogo il Pd, devono dunque dare l'esempio, tirando
la cinghia e avviando un rinnovamento e un rafforzamento delle regole interne, in modo da riavviare il
cammino della democrazia.
Fin dall'inizio il Pd ha deciso di far certificare i propri bilanci da una società esterna di revisione (la stessa
che certifica il bilancio della Banca d'Italia) ed ha proposto una legge per applicare e regolare l'articolo 49
Roma, 24 aprile 2012
della Costituzione, in modo da fissare norme precise per la vita interna e per la trasparenza dei partiti
politici, fondamentali in ogni democrazia occidentale. Non erano scelte casuali, erano volute.
Ma ora bisogna fare di più.
In questo ambito il Pd punta a una immediata e profonda riforma del finanziamento pubblico, perché i
partiti, se devono assolvere al proprio compito democratico, non possono e non devono vivere prigionieri
dell'interessato sostegno del o dei miliardari.
In particolare, il Pd propone:
a) La certificazione dei bilanci dei partiti da parte di società esterne di revisione; il controllo da parte
della Corte dei conti; la pubblicazione dei conti su internet.
b) Tetti drasticamente più stringenti per le spese elettorali, non riferibili solo al periodo immediatamente
precedente il voto, imponendoli dove oggi non sono previsti e riducendoli dove sono già in vigore.
c) Il dimezzamento da subito, rispetto all'anno scorso, dell'ammontare complessivo del finanziamento
pubblico ai partiti costruendo un sistema basato su due pilastri, secondo il modello tedesco:
1) un contributo fisso relativo al numero dei voti; 2) un'agevolazione o una compartecipazione pubblica
commisurata in base all'entità del finanziamento privato raccolto da ciascun partito. In proposito vanno
ricordati due temi. Il primo: il Pd ha, fin dalla nascita, raccolto parte non irrilevante dei fondi con il
tesseramento e con le feste democratiche, che per scelta politica il Pd lascia ai territori, con i contributi dei
parlamenti e degli amministratori. Il secondo: il Pd ha girato una parte dei finanziamenti alle strutture
regionali e continuerà a farlo anche nelle nuove e più stringenti condizioni. Con questo passaggio l'Italia
resterà largamente al di sotto di quanto avviene in Germania, in Francia, in Spagna.
d) Il finanziamento privato deve essere consentito solo per somme molto contenute e reso trasparente,
in modo che i cittadini possano controllare.
Il Parlamento oggi ha la possibilità di varare in poche settimane sia le norme per regolare la vita interna
dei partiti, sia i drastici tagli e la riforma del sistema di finanziamento pubblico. E' un contributo che la
politica deve dare, oltre all'indispensabile riforma della legge elettorale per consentire ai cittadini di
scegliere i parlamentari, alla riduzione del numero dei deputati e dei senatori e agli altri interventi di
rinnovamento istituzionale.
Il Pd prende l'impegno solenne a procedere su questa strada e a incalzare le altre forze politiche, che
devono abbandonare posizioni di facciata per essere richiamate alla concretezza dei fatti e dei tempi per
ottenere risultati certi prima delle vacanze estive
Il Pd non da oggi ha ingaggiato la battaglia per la ricostruzione civile e democratica dell'Italia, per uscire
dal populismo e tornare in Europa. Oggi, 25 aprile, è il momento per rinnovare quell'impegno.
Lo prendo di fronte a voi che ogni giorno alimentate le iniziative del partito. Chiedo a tutti forza e tenacia
nel sostenere le ragioni della buona politica, le stesse che hanno spinto ciascuno di noi a lavorare per la
democrazia e per il nostro paese.
Pier Luigi Bersani